lunedì 28 agosto 2017

INSIEME RACCONTIAMO 24


INSIEME RACCONTIAMO 24




Alla ventiquattresima puntata di INSIEME RACCONTIAMO, potevo mai mancare?
Certo che no!
Caro gioco IR, partito per caso, dalla sagace penna di Patricia Moll, del blog Myrtilla'shose, tanti cari auguri di lunga vita. Ormai tu viaggi sicuro, seguito da una ciurma sempre più attiva e numerosa, che sale, scende, per poi ritornare, in una rocambolesca gara di penna, senza vinti e vincitori. Piaci proprio per questo. È veramente ammirevole con quanta tenacia Patricia Moll, ti curi e mantenga in vita, nonostante i venti sfavorevoli che la vita pone a tutti, lei non si dimentica di te, e continua a pubblicarti ogni mese.
Bravissima Patricia. Mi piace cullarmi nell’idea che già dalla prima puntata ci sia stata anch’io, nonostante qualche buco e mancanza qua e là.
E ora bando alle ciance, ecco ciò che la mia penna ha scritto, su suggerimento della mia mente sognatrice.
Buona lettura.

Ecco la frase di Patricia del blog Mirtilla s’house scritta in verde, seguita dal mio racconto:
foto messa da Patricia Moll
 
“Ci sono strade che portano ovunque
Ci sono incroci che portano lontano
Ma quando vedrai
un cervo che scappa
un serpente che attacca
e di un uomo le gambe soltanto
saprai che sotto il varco dovrai passare
e il pericolo andare ad incontrare.”
Ok! Poteva andare bene e incominciò a spedire gli inviti.
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LA MAPPA

Certo che sua nonna era ben strana. Che razza d'invito aveva spedito?
Santo cielo oggi non serve più scrivere su carta. Per gli inviti a una festa basta mandare un WhatsApp. Le abbiamo appena regalato il cellulare nuovo apposta!
La nipote era esasperata. Aveva visto il giorno prima, quel vecchio famigerato rottame tarlato di baule aperto, e se lo aspettava. La nonna sarebbe ricaduta. Quel pozzo pieno di ricordi la portava sempre a uno stato confusionale. Cominciava a straparlare su Ben Gunn e sul tesoro scomparso. Quante volte da piccola ascoltava incantata i racconti di nonna su quell’ipotetico e non accertato avo. Era spaventata ma soggiogata dal sanguinario pirata Flint e del suo misterioso tesoro. La nonna narrava e lei a bocca aperta, navigava con la fantasia in avventure strabilianti.
Disegnata in malo modo direttamente sul fondo del baule, c’era una mappa. La nonna diceva che era di Ben. Era niente più che uno scarabocchio fatto forse da una mano bambina. Forse proprio della nonna, quando s'intrufolava in soffitta per sfuggire alle punizioni dei genitori. Da piccola era una vera peperina. Beh, anche da adulta non aveva certo un carattere remissivo e quieto. Le battaglie a suon di lingua erano il suo pane quotidiano. Da giovane era da ammirare, ma ora quella lingua la rendeva solo strana e fuori di testa, come si diceva fosse Ben Gunn, però che bello cantare assieme a lei:
Quindici uomini,
quindici uomini,
sulla cassa del morto.
Yo-oh-oh
e una bottiglia di rum!
Mi faceva sentire come la figlia del Corsaro Nero.
Che ricordi!
Già! Però i ricordi di quel baule scombussolavano troppo la mente della nonna. "Finita questa farsa di festa compleanno, lo farò sparire". Ora bisognava pensare al regalo.
Matteo entrò in casa sbattendo la porta finestra del giardino, facendola trasalire: «Mamma, mamma posso andare a giocare a casa di Mirko?». L’occhio del figlio cade su quel biglietto strano.
«E questo che cos’è?»
Contro voglia la madre le toccò rispondere: «La nonna possiede un vecchio baule, sul fondo è disegnata un’isola a forma di drago rampante, e pare…pare…» la madre titubante si fermò a guardare gli occhi diventati improvvisamente attenti di suo figlio «Beh, sì, insomma sembra ci sia disegnata una mappa.». 
Ora suo figlio si sedeva e aspettava. Aspettava come lei bambina i racconti avventurosi di: prati, bucanieri, ciurme, gentiluomini di ventura, mappe, tesori, tradimenti, ammutinamenti, volta faccia. Poteva lei ormai adulta e razionale tradire quegli occhi neri che ora la guardavano attenti?
No! Non poteva e più raccontava e più amava vedere quello sguardo incantato del figlio.
Matteo seguì la madre a fare la spesa e Mirko finì nel dimenticatoio. Non fiatò e ne sbuffò, quando sua madre davanti agli scaffali sostava ore, per decidere: quale tipo di biscotti prendere, quali yogurt, quale pasta, ore per decidere che tipo di profumo regalare alla nonna. Poi finalmente la ricompensa, l’occorrente per il travestimento da pirata per la festa della bisnonna e il libro L’isola del tesoro di Robert L. Stevenson.
Arrivato alla cassa Matteo, appoggiò vicino al profumo, due piratesche bende nere, ma lui si doveva bendare solo un occhio.
«Perché due?»
«Una per me e una per la bisnonna!»
La madre sorrise e lo accontentò.

La  mappa


Disegno di mio nipote.



Gli altri mie racconti che hanno partecipato all'iniziativa:


sabato 19 agosto 2017

ORRENDINO IL PRINCIPINO


ORRENDINO Il PRINCIPINO


Il giorno in cui nacque il quinto figlio di sua maestà orco Orrido e orchessa Bruttesca, il sole splendeva alto nel cielo, segno di un cattivo presagio. Quando poi il piccolo orco si rivelò un bambinello roseo e paffutello con i riccioli biondi, la madre urlò disperata: «Ma sembra un angelo!».
Quell’urlo di dolore fu sentito anche dai servitori, che soprannominarono il nuovo nato Angelino, anche se in realtà le fu imposto il nome di Orrendino.  Il soprannome affibbiato al piccolo orchetto, arrivò anche alle orecchie dei suoi quattro fratellorchi, degni discendenti della stirpe di Orchi Orchessevoli, dal carattere truce e dalla lingua pungente. I fratelli orchessini lo deridevano: “Angelinuccio, bamboccio sciocco, allocco e papocchio”, con sommo dispiacere della madre, che faticava ad accettare quella triste sventura. “Ma perché proprio a me!", si ripeteva sconsolata l’orchessa. Gli antenati di Bruttesca erano noti per la loro spettacolare mostruosità e ne facevano bella mostra, nei ritratti appesi nell’orrida fortezza. 
Le notizie circolano veloci, soprattutto quelle che non si vogliono far sapere. Quella di Angelino o Orrendino, a secondo di come si vuole chiamare, uscì dalla fortezza montandosi e gonfiandosi a dismisura.  
Il popolo sogghignava di nascosto sulle rime dei fratelli. Badate bene, sogghignava e non rideva, perché era pur vero che il regale pargolo era esageratamente bello, ma era anche un principino orco e nessuno voleva incorrere nelle terribili ire di re Orrido.
Mamma Bruttesca si augurava che crescendo, Orrendino, peggiorasse il suo aspetto, altrimenti sarebbe stato davvero un problema presentarlo a corte.
Più il piccolo cresceva, più si accentuava la sua diversità. Orrendi, non russava, non ruttava, non scoreggiava e per giunta aveva un disgustoso buon profumo di rose e un alito di spregevole menta. I fratellorchi lo tiranneggiavano con allegri e schifosi scherzi: bisce e scorpioni nel letto, aceto nell’acqua del suo bicchiere, cacche di coniglio nel piatto, tra le polpette. Lo rincorrevano come segugi che fiutavano un coniglio, costringendolo a nascondersi nei posti più impensati. Schiamazzavano facendo un gran fracasso con urla gracchianti: “Coniglietto pauroso, salta fuori!” ma lui era diventato veloce come una lepre. Conosceva bugigattoli, ripostigli, nicchie, anfratti nei meandri della fortezza che i fratellorchi, un po’ tontoloni, non avevano mai notato. Loro rincorrevano, mica scappavano.
Il rifugio che Orrendino amava di più era fuori dall’orrida e buia fortezza, fra due rami frondosi in cima a un grosso albero. Lì, disegnava, leggeva e sognava di essere un Super eroe, ammirato da tutti. Leggeva moltissimo, soprattutto libri di avventura, che raccattava nella legnaia. Gli orchi saccheggiavano i libri che usavano come carta straccia per accendere i camini.
Bruttesca era esasperata, non riusciva a comprendere quell'insana passione del figlio e, nonostante lo amasse, si rendeva conto, con grande dispiacere, che non era un orrendo bel mostriciattolo come i suoi fratelli e tentava di educarlo alle buone cattive maniere. "Orrendino mio, se continui così, diventerai un pigro perdigiorno, a cosa serve tutto quel leggere. Guarda i tuoi fratelli come sono orrendamente bravi e abili nell’azzuffarsi. Orrendino mio, devi smettere di leggere quelle stupide storie, perché non giochi con i tuoi fratellorchi!". Orrendino, ci provava, per accontentare la madre, ma i loro giochi finivano sempre in baraonde micidiali. Un giorno, che i fratelli andavano a scorazzare nel bosco, Bruttesca lo pregò: “Va orcuccio mio, va anche tu!” E rassegnato li seguì. I fratellorchi erano attratti dal fogliame putrefacente. Lì s'ingargarozzavano, con stuzzichevoli delizie. Vere e proprie prelibatezze da orchessini, che raccoglievano nei più luridi e spregevoli posti. Per Orrendino erano vere e proprie vomitevoli schifezze. Non c’era nulla da fare, lui e i suoi fratelli, avevano gusti opposti. A lui piacevano more, lamponi, fragole, mentre loro impazzivano per larve, bruchi pelosi e bacherozzoli che buttavano giù in un sol boccone, ruttando e leccandosi i bluastri labbroni. Quel giorno il fratello maggiore, Orcotestone, con parole da orco educato, tentò di essere rudemente gentile con lui: “Orrenduccio, spregevole e caro fratellino, vieni ad assaggiare questo succulento bacherozzolino.”  
Orrendino tentò di addolcire il diniego, cominciando con un grazie, seguito dal no. Solo che la parola grazie non è mai usata da un orco come si deve, così partì con il piede sbagliato. Ringhiosorco, nel sentire quello sdolcinato “Grazie no, caro fratello, io mangio fragole” sbottò: “Che c’è, schizzinosetto? Non vuoi mangiare con i tuoi fratellorchi?” Orcotestone cantilenò: “Angelinuccio, che mangia la schifosa fragoluccia e non vuole la buona larvuccia!”. Ingordorco, golosone, proseguì: “Buon per me! Fratelluccio caro!”, strappò la prelibatezza dalle mani del fratellorco maggiore e, Gnam, se la mangiò. Orcotestone, famoso per la sua testa dura, la usò per assestare una bella zuccata a chi gli aveva sottratto quel prelibato bacherozzolo. Con un terrificante “Aaaaahi” Ingordorco, barcollò e cadde col suo brutto bel faccione flaccido, vicino a uno scarafaggio che prontamente catturò. Gli scarafaggi, per gli orchetti, sono una vera prelibatezza, come i pop corn. Ingordorco, soddisfatto, si rialzò con quel delizioso e croccante insetto tra le dita. I fratelli che si azzuffavano sempre con piacere, si lanciarono tutti, sul povero Ingordorco, per accaparrarsi quella schifosa delizia. Orrendino, non amava quel genere di gioco, così se ne stava da parte, indietreggiando cautamente per svignarsela inosservato, quando Lancillorco lo acchiappò, facendolo volare tra la mischia. Fu così, che per uno scarafaggio, la scampagnata finì in una rissa con i fiocchi, con colpi bassi, testate, ringhi, strepiti, pugni e terribili morsi da orchetti, dai denti aguzzi e marroncini. In mezzo a quella bolgia di corpi, lo scarafaggio, lesto lesto, sgusciava fuori svignandosela indisturbato.
Quando tornarono alla fortezza, erano tutti conciati maluccio, con bozzi, lividi, morsi e occhi pesti. Bruttesca, tuonò: “Chi ha cominciatooo?” Tutti indicarono Orrendino. Inutile, Orrendino era proprio diverso, non aveva nulla che appartenesse alla degna stirpe degli orchi ma Bruttesca era pur sempre la mamma e gli voleva bene, così sospirò: “Pazienza, non tutti possono essere magnificamente orribili.” E si rassegnò a lasciarlo in pace.
Orrendino tornò nei suoi nascondigli a leggere avventure interessanti o divertenti, in santa pace e i personaggi delle storie diventarono i suoi amici immaginari.
Un giorno Lancillorco trovò, vicino a un grande albero, un libro abbandonato, capì che doveva essere di Orrendino e per dispetto lo lanciò nel fuoco di un camino. Fu la goccia che fece traboccare il vaso, era uno dei suoi libri preferiti –Roby Hood- caduto dai rami. Con il permesso dei genitori, Orrendino prese le sue cose e si trasferì nel capanno da caccia, al confine del regno degli orchi, lontano dalla fortezza.
I genitori furono ben lieti di lasciarlo andare. In definitiva aveva già diciotto anni e sua maestà Orrendo era stanco di ripetergli: “Orrendino, guarda i tuoi fratelli come sono meravigliosamente abominevoli. Non vuoi imparare l’arte del bravo e terrificante orco?”. Il dover risolvere le liti dei figli, a suon di ceffoni e mostruosi calci nel sedere, stressano anche un orco. Un figlio in meno era già qualcosa.
Orrendino cominciò una nuova vita, finalmente non si doveva più nascondere.  Pescava, cacciava con le frecce come Robin Hood, disegnava e leggeva. Non sentiva la necessità di frequentare le stamberghe orche, ma andava nei villaggi degli uomini, scoprendo con piacere che tutti parlavano volentieri con lui. Ovviamente, si guardò bene di presentarsi come il principe Orrendino della dinastia degli orchi. Usò da subito il nome Angelino, in definitiva, quel soprannome appioppatogli fin dall’infanzia per deriderlo, non gli dispiaceva, faceva parte della sua vita, perciò era come non mentire.   
Un giorno stava leggendo al ruscello, quando una graziosa e dolce voce chiese: “Che cosa stai leggendo?” Angelino rimase a bocca aperta a guardare quella bellissima ragazza che i suoi avrebbero giudicato bruttissima. Si chiamava Letizia, aveva lunghi capelli biondi, occhi azzurri e denti bianchissimi, come i suoi. Lui le offrì una fragola e ne mangiò una. Poi tentò di conquistarla con un rumoroso e roboante rutto molto virile, come i suoi fratellorchi. Lei sconcertata chiese preoccupata: “Non hai digerito?”, “Digerisco benissimo.” rispose Angelino, ma lei non capiva: “E allora perché rutti?” “Perché è virile.” rispose lui gonfiando il petto. Letizia cominciò a ridere, rideva tanto che gli occhi le lacrimavano. Lui era molto, ma molto imbarazzato. Letizia con grazia disse: “Sai che sei simpatico, a casa mia non si rutta, si pensa che sia maleducato.” Angelino provò un immediato sollievo: “No, no, io non rutto, ma i miei fratelli…” Parlarono, parlarono e parlarono. Letizia gli raccontò che anche lei amava leggere. Lui ne fu conquistato. “Mi sposeresti, anche se sono un principe orco figlio di Re Orrido?” “E che sarà mai!”, rispose lei, “Io non devo sposare tuo padre, ma te.” Le famiglie di sua maestà orco Orrido e dell'umana Letizia s'incontrarono per festeggiare il lieto evento. Le due madri non sapevano che dirsi, si sprecavano in sorrisi da una parte e in smorfie dall’altra, sorseggiando l’intruglio deliziosamente disgustoso o terribilmente delizioso, secondo i punti di vista. C’era poco da fare, erano diverse. La mamma di Orrendino, con un figlio così strano, nel guardare la mamma di Letizia pensò: Certo non è colpa sua se è una signora così spregevolmente disgustosamente bella, che cosa ci possiamo fare noi se i nostri figli si amano. Anche la madre di Letizia pensò: Non è colpa sua se è brutta, ma deliziosamente buffa. Ma tant’è se i nostri figli si amano. Toccava accettare la situazione. Le due famiglie tentarono di adeguarsi ai costumi degli uni e degli altri. Da una parte si tentava di fare qualche delicato rutto, dall’altra si tentava di farli meno rumorosi. Ma la cosa non funzionava un granché bene. Così smisero, e cercarono di accettarsi per quello che erano.

martedì 15 agosto 2017

Buon compleanno mio caro piccolo Blog.


Caro piccolo blog, pensavi mi fossi dimenticata di te?

Invece no!

Per il tuo compleanno ti regalo una favola suggeritami da un episodio successo in questi giorni. 

DENTINA


Snif era stanco ma molto soddisfatto, sentiva il suo prezioso carico dentro la borsa di cuoio, sbatterle sul fianco. Il peso le segava la spalla, ma continuava a camminare veloce pensando a Minet. Aveva appena passato Passo Stretto quando gli apparve Dentina, il suo ridente paesino con le sue bianche e luccicanti case, sulla riva del lago Piro. Un sospiro gli fece distendere la fronte corrugata, i suoi baffi fremettero nel respirare l’aria di casa. Il suo era un lavoro pericoloso e duro. Destrezza, furbizia ma soprattutto silenziosità, erano doti indispensabili. Anche questa volta tutto era filato liscio, per di più portava a casa una pietra preziosissima e unica. Era l’ultimo mattone per la sua nuova casa.
Dentina era famosa per le sue case di un bianco brillante e candido.  Le facciate erano rivestite di pietre bianche e pregiate. Molti abitanti di Dentina lavoravano per raccogliere quel meraviglioso e resistente materiale, che rendeva le case del paese così belle e uniche. Questa particolarità richiamava i turisti da ogni luogo. Giravano per le vie ammirando la bellezza di Dentina, facendosi selfie, comprando souvenir fatti dello stesso materiale delle case, mangiando nei ristoranti i tipici piatti a base di formaggio e comprando prelibatezze da sgranocchiare.
Minet lavorava in uno dei ristoranti sulle sponde del lago, che era famoso e frequentato per il bel panorama. Lei vide Snif in fondo al viale e felice le cose incontro, lui la sollevò facendola roteare. Emozionato, le comunicò la notizia: «C’è l’ho. È bellissima!» Gli occhietti tondi e nerissimi di Minet brillavano di felicità: «L’ultima pietra per finire l’arco della porta?».
«Sì! E pensa è dello stesso purissimo materiale delle altre tre. Sono tutte dello stesso bambino».
«E non si è svegliato mentre la sottraevi da sotto il cuscino?».
«No! Sono molto bravo in questo e l’ho pagato molto bene: una moneta dorata e tintinnante e un pezzo di carta verde, che gli umani trovano più prezioso del metallo. Valli a capire quelli! Comunque domani finirò la facciata della nostra casetta, poi potremo sposarci».     
Minet lanciò un gridolino di felicità e lo baciò.

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Mio nipote ha perso il quarto dentino e ci siamo domandati: «Ma i topini o le fatine che raccolgono i denti di tutti i bambini, dove li portano e cosa ne fanno?». Da questa domanda è nata questa storia: DENTINA.
Il ragazzo però è già un po' scafato e comincia a essere dubbioso e alla domanda diretta: «Li hai messi tu i soldi?»
La risposta è stata decisa e immediata: «Noo... non ne so nulla! Anzi ti dirò che sei un bimbo fortunato».
«Perché?»
«Io quando ero piccola non sapevo dell'esistenza di un topino o di una fatina, così non ho mai messo i dentini sotto il cuscino. Mannaggia! Se lo sapevo, ci avrei guadagnato un sacco di soldi, e invece così non ne ho mai ricevuti.».
Lui ascoltandomi e si è distratto chiedendomi dove li mettevo e se li ho ancora.
Si è distratto o gli fa ancora piacere crederci?
Penso entrambe le cose e va bene così, a sette anni si può ancora sognare, giocare e credere nella magia delle favole. In definitiva anche noi adulti quando leggiamo un libro che ci piace cosa facciamo? Non siamo dispiaciuti di lasciare quella storia quando finiamo di leggerla?
A me succede. Non per nulla il mio blog ha la parola “Sogni” nel suo titolo.
Il titolo del blog è una frase che ho trovato in una vignetta di Snoopy, la sua ironia mi piace. Io comunque sogno tranquillamente anche a occhi aperti, anzi quelli notturni svaniscono appena mi sveglio, mentre quelli diurni mi fanno sorridere come una deficiente anche da sola. Così rincorrendo i miei pensieri bislacchi, ogni tanto li scrivo qui, sono le mie care Panzane.
La favola Dentina è una di queste.
Buon compleanno mio caro e piccolo blog.
Eh già! Non c’è il due senza il tre, è il 15 agosto, come scorre in fretta il tempo, mi sembra ieri che titubante mi sono lanciata in questo immenso mare, la biosfera di internet, nuotando e fermandomi spesso per respirare. Caro blog non mi dimentico di te e delle persone che mi hai dato l’opportunità di conoscere e che continuo a leggere e seguire. Mi avete dato tutti molto, è un bellissimo modo per allargare gli orizzonti, il pensare, il riflettere, il giocare, il conoscere cose nuove mantenendo la mente attiva nonostante gli anni che passano sempre più velocemente.