sabato 19 agosto 2017

ORRENDINO IL PRINCIPINO


ORRENDINO Il PRINCIPINO


Il giorno in cui nacque il quinto figlio di sua maestà orco Orrido e orchessa Bruttesca, il sole splendeva alto nel cielo, segno di un cattivo presagio. Quando poi il piccolo orco si rivelò un bambinello roseo e paffutello con i riccioli biondi, la madre urlò disperata: «Ma sembra un angelo!».
Quell’urlo di dolore fu sentito anche dai servitori, che soprannominarono il nuovo nato Angelino, anche se in realtà le fu imposto il nome di Orrendino.  Il soprannome affibbiato al piccolo orchetto, arrivò anche alle orecchie dei suoi quattro fratellorchi, degni discendenti della stirpe di Orchi Orchessevoli, dal carattere truce e dalla lingua pungente. I fratelli orchessini lo deridevano: “Angelinuccio, bamboccio sciocco, allocco e papocchio”, con sommo dispiacere della madre, che faticava ad accettare quella triste sventura. “Ma perché proprio a me!", si ripeteva sconsolata l’orchessa. Gli antenati di Bruttesca erano noti per la loro spettacolare mostruosità e ne facevano bella mostra, nei ritratti appesi nell’orrida fortezza. 
Le notizie circolano veloci, soprattutto quelle che non si vogliono far sapere. Quella di Angelino o Orrendino, a secondo di come si vuole chiamare, uscì dalla fortezza montandosi e gonfiandosi a dismisura.  
Il popolo sogghignava di nascosto sulle rime dei fratelli. Badate bene, sogghignava e non rideva, perché era pur vero che il regale pargolo era esageratamente bello, ma era anche un principino orco e nessuno voleva incorrere nelle terribili ire di re Orrido.
Mamma Bruttesca si augurava che crescendo, Orrendino, peggiorasse il suo aspetto, altrimenti sarebbe stato davvero un problema presentarlo a corte.
Più il piccolo cresceva, più si accentuava la sua diversità. Orrendi, non russava, non ruttava, non scoreggiava e per giunta aveva un disgustoso buon profumo di rose e un alito di spregevole menta. I fratellorchi lo tiranneggiavano con allegri e schifosi scherzi: bisce e scorpioni nel letto, aceto nell’acqua del suo bicchiere, cacche di coniglio nel piatto, tra le polpette. Lo rincorrevano come segugi che fiutavano un coniglio, costringendolo a nascondersi nei posti più impensati. Schiamazzavano facendo un gran fracasso con urla gracchianti: “Coniglietto pauroso, salta fuori!” ma lui era diventato veloce come una lepre. Conosceva bugigattoli, ripostigli, nicchie, anfratti nei meandri della fortezza che i fratellorchi, un po’ tontoloni, non avevano mai notato. Loro rincorrevano, mica scappavano.
Il rifugio che Orrendino amava di più era fuori dall’orrida e buia fortezza, fra due rami frondosi in cima a un grosso albero. Lì, disegnava, leggeva e sognava di essere un Super eroe, ammirato da tutti. Leggeva moltissimo, soprattutto libri di avventura, che raccattava nella legnaia. Gli orchi saccheggiavano i libri che usavano come carta straccia per accendere i camini.
Bruttesca era esasperata, non riusciva a comprendere quell'insana passione del figlio e, nonostante lo amasse, si rendeva conto, con grande dispiacere, che non era un orrendo bel mostriciattolo come i suoi fratelli e tentava di educarlo alle buone cattive maniere. "Orrendino mio, se continui così, diventerai un pigro perdigiorno, a cosa serve tutto quel leggere. Guarda i tuoi fratelli come sono orrendamente bravi e abili nell’azzuffarsi. Orrendino mio, devi smettere di leggere quelle stupide storie, perché non giochi con i tuoi fratellorchi!". Orrendino, ci provava, per accontentare la madre, ma i loro giochi finivano sempre in baraonde micidiali. Un giorno, che i fratelli andavano a scorazzare nel bosco, Bruttesca lo pregò: “Va orcuccio mio, va anche tu!” E rassegnato li seguì. I fratellorchi erano attratti dal fogliame putrefacente. Lì s'ingargarozzavano, con stuzzichevoli delizie. Vere e proprie prelibatezze da orchessini, che raccoglievano nei più luridi e spregevoli posti. Per Orrendino erano vere e proprie vomitevoli schifezze. Non c’era nulla da fare, lui e i suoi fratelli, avevano gusti opposti. A lui piacevano more, lamponi, fragole, mentre loro impazzivano per larve, bruchi pelosi e bacherozzoli che buttavano giù in un sol boccone, ruttando e leccandosi i bluastri labbroni. Quel giorno il fratello maggiore, Orcotestone, con parole da orco educato, tentò di essere rudemente gentile con lui: “Orrenduccio, spregevole e caro fratellino, vieni ad assaggiare questo succulento bacherozzolino.”  
Orrendino tentò di addolcire il diniego, cominciando con un grazie, seguito dal no. Solo che la parola grazie non è mai usata da un orco come si deve, così partì con il piede sbagliato. Ringhiosorco, nel sentire quello sdolcinato “Grazie no, caro fratello, io mangio fragole” sbottò: “Che c’è, schizzinosetto? Non vuoi mangiare con i tuoi fratellorchi?” Orcotestone cantilenò: “Angelinuccio, che mangia la schifosa fragoluccia e non vuole la buona larvuccia!”. Ingordorco, golosone, proseguì: “Buon per me! Fratelluccio caro!”, strappò la prelibatezza dalle mani del fratellorco maggiore e, Gnam, se la mangiò. Orcotestone, famoso per la sua testa dura, la usò per assestare una bella zuccata a chi gli aveva sottratto quel prelibato bacherozzolo. Con un terrificante “Aaaaahi” Ingordorco, barcollò e cadde col suo brutto bel faccione flaccido, vicino a uno scarafaggio che prontamente catturò. Gli scarafaggi, per gli orchetti, sono una vera prelibatezza, come i pop corn. Ingordorco, soddisfatto, si rialzò con quel delizioso e croccante insetto tra le dita. I fratelli che si azzuffavano sempre con piacere, si lanciarono tutti, sul povero Ingordorco, per accaparrarsi quella schifosa delizia. Orrendino, non amava quel genere di gioco, così se ne stava da parte, indietreggiando cautamente per svignarsela inosservato, quando Lancillorco lo acchiappò, facendolo volare tra la mischia. Fu così, che per uno scarafaggio, la scampagnata finì in una rissa con i fiocchi, con colpi bassi, testate, ringhi, strepiti, pugni e terribili morsi da orchetti, dai denti aguzzi e marroncini. In mezzo a quella bolgia di corpi, lo scarafaggio, lesto lesto, sgusciava fuori svignandosela indisturbato.
Quando tornarono alla fortezza, erano tutti conciati maluccio, con bozzi, lividi, morsi e occhi pesti. Bruttesca, tuonò: “Chi ha cominciatooo?” Tutti indicarono Orrendino. Inutile, Orrendino era proprio diverso, non aveva nulla che appartenesse alla degna stirpe degli orchi ma Bruttesca era pur sempre la mamma e gli voleva bene, così sospirò: “Pazienza, non tutti possono essere magnificamente orribili.” E si rassegnò a lasciarlo in pace.
Orrendino tornò nei suoi nascondigli a leggere avventure interessanti o divertenti, in santa pace e i personaggi delle storie diventarono i suoi amici immaginari.
Un giorno Lancillorco trovò, vicino a un grande albero, un libro abbandonato, capì che doveva essere di Orrendino e per dispetto lo lanciò nel fuoco di un camino. Fu la goccia che fece traboccare il vaso, era uno dei suoi libri preferiti –Roby Hood- caduto dai rami. Con il permesso dei genitori, Orrendino prese le sue cose e si trasferì nel capanno da caccia, al confine del regno degli orchi, lontano dalla fortezza.
I genitori furono ben lieti di lasciarlo andare. In definitiva aveva già diciotto anni e sua maestà Orrendo era stanco di ripetergli: “Orrendino, guarda i tuoi fratelli come sono meravigliosamente abominevoli. Non vuoi imparare l’arte del bravo e terrificante orco?”. Il dover risolvere le liti dei figli, a suon di ceffoni e mostruosi calci nel sedere, stressano anche un orco. Un figlio in meno era già qualcosa.
Orrendino cominciò una nuova vita, finalmente non si doveva più nascondere.  Pescava, cacciava con le frecce come Robin Hood, disegnava e leggeva. Non sentiva la necessità di frequentare le stamberghe orche, ma andava nei villaggi degli uomini, scoprendo con piacere che tutti parlavano volentieri con lui. Ovviamente, si guardò bene di presentarsi come il principe Orrendino della dinastia degli orchi. Usò da subito il nome Angelino, in definitiva, quel soprannome appioppatogli fin dall’infanzia per deriderlo, non gli dispiaceva, faceva parte della sua vita, perciò era come non mentire.   
Un giorno stava leggendo al ruscello, quando una graziosa e dolce voce chiese: “Che cosa stai leggendo?” Angelino rimase a bocca aperta a guardare quella bellissima ragazza che i suoi avrebbero giudicato bruttissima. Si chiamava Letizia, aveva lunghi capelli biondi, occhi azzurri e denti bianchissimi, come i suoi. Lui le offrì una fragola e ne mangiò una. Poi tentò di conquistarla con un rumoroso e roboante rutto molto virile, come i suoi fratellorchi. Lei sconcertata chiese preoccupata: “Non hai digerito?”, “Digerisco benissimo.” rispose Angelino, ma lei non capiva: “E allora perché rutti?” “Perché è virile.” rispose lui gonfiando il petto. Letizia cominciò a ridere, rideva tanto che gli occhi le lacrimavano. Lui era molto, ma molto imbarazzato. Letizia con grazia disse: “Sai che sei simpatico, a casa mia non si rutta, si pensa che sia maleducato.” Angelino provò un immediato sollievo: “No, no, io non rutto, ma i miei fratelli…” Parlarono, parlarono e parlarono. Letizia gli raccontò che anche lei amava leggere. Lui ne fu conquistato. “Mi sposeresti, anche se sono un principe orco figlio di Re Orrido?” “E che sarà mai!”, rispose lei, “Io non devo sposare tuo padre, ma te.” Le famiglie di sua maestà orco Orrido e dell'umana Letizia s'incontrarono per festeggiare il lieto evento. Le due madri non sapevano che dirsi, si sprecavano in sorrisi da una parte e in smorfie dall’altra, sorseggiando l’intruglio deliziosamente disgustoso o terribilmente delizioso, secondo i punti di vista. C’era poco da fare, erano diverse. La mamma di Orrendino, con un figlio così strano, nel guardare la mamma di Letizia pensò: Certo non è colpa sua se è una signora così spregevolmente disgustosamente bella, che cosa ci possiamo fare noi se i nostri figli si amano. Anche la madre di Letizia pensò: Non è colpa sua se è brutta, ma deliziosamente buffa. Ma tant’è se i nostri figli si amano. Toccava accettare la situazione. Le due famiglie tentarono di adeguarsi ai costumi degli uni e degli altri. Da una parte si tentava di fare qualche delicato rutto, dall’altra si tentava di farli meno rumorosi. Ma la cosa non funzionava un granché bene. Così smisero, e cercarono di accettarsi per quello che erano.

5 commenti:

  1. Bellissima storia e grande morale, Anna Maria!
    Essere diversi non è delitto,semmai può essere ricchezza.basta volerlo,
    Bacio,

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  2. Bellissima storia e grande morale, Anna Maria!
    Essere diversi non è delitto,semmai può essere ricchezza.basta volerlo,
    Bacio,

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  3. E' veramente deliziosa ... o orrenda che debbo dire?? ahahahah non vorrei offendere nessuno : umani e/o orchi ...vabbè a me piace troppissimo ... brava ... un abbraccio grande

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    1. Tranquilla gli orchi non leggono e gli umani fanno finta di non offendersi. ;)
      Grazie Giusi.

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